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Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono: ecco il suo significato

“Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono” è il titolo, nonché l’inizio, con il quale si identifica di un sonetto di Francesco Petrarca. Ma che cosa significa questa frase? Per saperne di più, si può continuare a leggere questa pagina.

Il Canzoniere

Questo sonetto si trova all’inizio del Canzoniere, che è una raccolta delle poesie di Francesco Petrarca, scritto tra il 1336 e il 1374. Scritto in volgare (anche se è frutto dell’influenza classica), è incentrato sull’amore del poeta per una donna, Laura, incontrata anni prima in una chiesa di Avignone (un incontro simile è avvenuto tra Dante e Beatrice).

Le immagini e la prosa del poeta è piuttosto complessa, e questo perché oltre ad esprimere sentimenti contrapposti, Petrarca ha cercato di ridar lustro alla lingua antica, cercando di renderlo più “sofisticato”, in modo da poter competere con gli stilnovisti. Nel Canzoniere, Petrarca cerca di conciliare dei classici latini (in particolare quelli scritti da Ovidio) con la Sacra Scrittura.

Quest’opera comprende, in tutto, 366 componimenti, di cui 317 sono sonetti, quattro madrigali, nove sestine, ventinove canzone e sette ballate. Tutti questi componimenti, possono essere visti come un diario della vita dell’autore. Oltre a Laura, il poeta affronta anche i temi dell’amicizia e della politica.

Il sonetto

Il sonetto in questione, recita questo:

“Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ’l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,

del vario stile in ch’io piango et ragiono
fra le vane speranze e ’l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.

Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;

et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,
e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.”

Ovviamente, online e sui altri libri se ne possono trovare diverse versioni, della sua parafrasi, ma esso è un proemio per l’opera di Petrarca, in cui lui comincia ricordando i sospiri d’amore che aveva nutrito da giovane, quando era un uomo diverso da quello che scrive, e di come fu oggetto di derisione per il popolo, con il suo vaneggiare di un amore infelice. Con la dicitura “rime sparse” Petrarca vuol fare riferimento ai vari argomenti trattati nell’opera. “Spero di trovar”, invece, esprime tutta la sua negatività.

Venne scritto, probabilmente, attorno al 1347 o il 1350, dopo la morte di Laura, ed il giudizio dell’autore verso la sua opera sembra estremamente negativo, visto il contrasto tra i suoi vari sentimenti e l’immaturità intellettuale. La sua concezione sulla vanità delle cose, sembra tratta dal testo biblico delle Ecclesiaste, mentre nel descrive i propri sentimenti si ispira a Guido Cavalcanti.

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