Il tumore alla vescica colpisce ogni anno in Italia circa 26 mila persone, con un’incidenza in aumento specialmente in alcune aree nei Paesi più industrializzati. Tra i tumori che interessano questo organo ci sono ad esempio il carcinoma a cellule di transizione, in assoluto il più comune, il carcinoma squamoso primitivo, meno frequente e condizionato dalle infezioni da parassiti, oppure l’adenocarcinoma, un tumore raro che ha origine all’interno delle cellule delle ghiandole della vescica.
Per quanto riguarda i fattori di rischio questa forma tumorale può essere incentivata dall’età, manifestandosi con maggiore insistenza dopo i 40 anni, il sesso in quanto gli uomini presentano un rischio più elevato rispetto alle donne, il fumo e l’esposizione a un serie di sostanze chimiche come l’arsenico. Anche le radiazioni dei trattamenti radioterapici, alcuni farmaci e la familiarità possono aumentare il rischio di essere colpiti da un tumore della vescica.
Oggi la Ricerca sta compiendo importanti passi in avanti nella creazione di nuovi trattamenti per il tumore della vescica, aprendo prospettive d’interesse per proposta di cure personalizzate realizzate su misura del paziente. In particolare, nuove scoperte stanno offrendo indicazioni significative sull’interazione del sistema immunitario con la mitomicina, un farmaco chemioterapico adoperato da più di mezzo secolo nel trattamento del carcinoma della vescica.
Il ruolo del sistema immunitario nella cura del tumore della vescica
Tra gli ambiti di ricerca scientifica coordinati con il progetto Blue One, il programma della Fondazione Humanitas per la Ricerca dedicato alla salute e alla prevenzione degli uomini (Scopri di più sul progetto Blue One di Fondazione Humanitas per la Ricerca), c’è lo studio guidato dalla Prof.ssa Maria Rescigno sul trattamento del tumore della vescica. In particolare, il campo di ricerca si concentra sulla medicina di precisione, per utilizzare la mitomicina in modo più accurato e specifico.
Oggi la cura del carcinoma della vescica prevede l’intervento chirurgico, in seguito al quale viene seguito un trattamento con la mitomicina per colpire le cellule tumorali che potrebbero essere rimaste nelle vescica. Tuttavia, è stato osservato che il farmaco funziona in appena il 40% dei casi, causando invece una recidiva in oltre la metà dei pazienti sottoposti a intervento chirurgico e lavaggio vescicale con la mitomicina.
I ricercatori di Humanitas hanno osservato come la mitomicina funzioni in realtà anche come un attivatore del sistema immunitario, infatti quando le cellule tumorali presentano una proteina specifica quest’ultima funge da biomarcatore. Le persone che possiedono questo marcatore sono in grado di rispondere alla mitomicina in modo migliore, mentre quelli che ne sono sprovvisti non rispondono al trattamento e presentano un tasso elevato di recidiva.
Il progetto di ricerca scientifica della professoressa Maria Rescigno di Humanitas ha l’obiettivo di iniziare il trattamento con la mitomicina prima dell’intervento chirurgico, personalizzando la cura per diminuire il numero di operazioni legate alla cura del tumore della vescica. Ciò consentirebbe di individuare e monitorare con attenzione i pazienti con un rischio maggiore di recidiva, pianificando terapie più accurate e su misura in base alla presenza o meno del biomarcatore e alla riposta del paziente.
Le prospettive future per la Ricerca: terapie personalizzate e medicina di precisione
Studi come quello della professoressa Roscigno, focalizzato sul trattamento del tumore alla vescica attraverso il sistema immunitario, si muovono nella direzione della medicina di precisione delle cure personalizzate. In particolare, le moderne innovazioni scientifiche nel campo della Ricerca stanno consentendo di sviluppare un approccio all’avanguardia, sempre più incentrato nell’analisi della risposta del paziente per mettere a punto un percorso terapeutico individuale e specifico.
Ovviamente questi risultati richiedono uno sforzo notevole e una strategia multidisciplinare. Allo stesso modo i benefici potenziali per i pazienti sono innumerevoli, dalla riduzione delle recidive alla diminuzione del rischio di subire la rimozione dell’organo. Minimizzare gli interventi traumatici permette di migliorare le condizioni di vita dei pazienti, ottimizzarne la risposta e lavorare insieme all’organismo per la cura delle patologie, con l’aiuto di strumenti diagnostici sofisticati e una maggiore consapevolezza sull’interazione tra le malattie e il sistema immunitario.