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Pubblicato il 02 giugno 2013, alle 13:31

Il nuovo Museo Belloni-Zecchinelli e la “Pompei del Lario”

La lunga vicenda archeologica ed umana che ha portato venerdì all’inaugurazione della nuova raccolta.


Museo Antiquarium Ossuccio 2 ed

Il Museo Belloni-Zecchinelli all’interno dell’Antiquarium di Ossuccio (Foto Denti)

OSSUCCIO – “Andà in Castel”, questa l’espressione tradizionalmente utilizzata dalla gente di Ossuccio per indicare la traversata verso l’Isola Comacina. Un modo di dire che colpì, sessant’anni orsono, l’archeologo Luigi Mario Belloni, poiché sul piccolo promontorio emergente dalle acque del Lario non appariva nessun segno di simili costruzioni. Da questa curiosa contraddizione e dall’inarrestabile desiderio di sapere dello studioso è iniziato un cammino che ha portato, venerdì 31 maggio, all’inaugurazione del nuovo museo dell’Antiquarium di Ossuccio.

L’inaugurazione. Alla cerimonia d’apertura sono intervenuti, oltre al sindaco e presidente dell’Unione dei Comuni della Tremezzina Giorgio Cantoni, il deputato Mauro Guerra, la soprintendente ai beni archeologici della Lombardia Raffaella Poggiani Keller e la responsabile per la Provincia di Como Stefania Jorio; il direttore della raccolta Roberto Segattini, curatore del progetto di restauro con l’architetto Matteo Motta; il viceprefetto Giuliana Longhi, sub-commissario alla cultura della Provincia di Como, capofila dell’Accordo Quadro di Sviluppo Territoriale “Magistri Comacini”. «Una giornata storica per noi della Tremezzina – ha esordito il sindaco Cantoni -. Con questo museo riscopriamo la nostra storia millenaria e diamo evidenza al nostro straordinario patrimonio culturale e paesaggistico». «C’è chi dice che con la cultura non si mangia – gli ha fatto eco Mauro Guerra -, ma sicuramente si vive meglio. Questa è un’occasione preziosa di crescita per tutto il nostro territorio. Il nuovo Antiquarium si inserisce oggi a pieno titolo nell’offerta turistico-culturale della Sponda Occidentale».

Il museo dell’Antiquarium. Nelle vetrine del restaurato “Hospitalis”, antico luogo di accoglienza dei pellegrini provenienti dal centro e dal nord Europa e diretti a Roma, si trovano esposti i reperti archeologici che l’architetto Belloni (Milano 1927 – Gravedona 2004) ebbe modo di raccogliere in oltre un quarantennio di infaticabile ed appassionata attività, databili dall’epoca romana fino al XVI secolo. Oggi l’Antiquarium rappresenta il punto di partenza per la visita sull’isola, corredato, oltre che dal museo, da un bookshop, una piccola sala conferenze e vari supporti multimediali.

Sogni e passione. All’origine di tutto questo ci sono stati sogni e passione. A ricordarlo è stata Benedetta Belloni, figlia dei coniugi Belloni-Zecchinelli ai quali il museo è intitolato. Nel suo discorso, Benedetta ha ripercorso le tappe fondamentali di una ricerca e un’avventura che ha avuto l’Isola Comacina quale protagonista indiscussa, con tutti i suoi misteri, molti dei quali ancora celati sotto strati di terra e storia. Quando Belloni iniziò i suoi primi scavi nel ‘58, sull’isola erano già stati portati alla luce i resti dell’antica basilica di Sant’Eufemia, grazie alla campagna del 1914 condotta da Ugo Monneret de Villard. «Le ricerche non furono prive di ostacoli – ha raccontato Benedetta – e incontrarono anche l’incomprensione di parte della popolazione, diventando oggetto perfino di sabotaggi di varia natura, quale ad esempio il tentativo di affondamento della barca utilizzata dai ricercatori per i trasferimenti sull’isola».

Belloni e Zecchinelli. Nulla però ha fermato il giovane Belloni, deciso più che mai a restituire all’Isola, che lui amava definire “la Pompei del Lario”, la sua importanza storica e archeologica per restituirla alla gente di Ossuccio che finalmente la capisse, la amasse e infine valorizzasse. Ciò che contava più di tutto per lui era indagarne il sottosuolo alla ricerca di testimonianze utili a comprendere le vicende che avevano coinvolto l’Isola dall’età romana fino alla sua distruzione nel 1169. E proprio sul piccolo promontorio avvenne poi l’incontro tra Belloni e Mariuccia Zecchinelli, allora direttrice del Museo Archeologico di Como, attirata sul luogo degli scavi dalla notizia del ritrovamento di un mosaico bianco, rosso e blu spacciato per bizantino. «Da quel giorno nacque la loro fruttuosa collaborazione – ha proseguito Benedetta – che ha dato lustro alla storia di molta parte della nostra sponda, per non dimenticare chi, in queste terre, ha vissuto prima di noi».

Quel castello misterioso. Furono cinque le campagne archeologiche promosse da Belloni, durante le quali vennero scoperti numerosi resti architettonici, per lo più paleocristiani e altomedievali, insieme a un’ingente quantità di reperti mobili. Belloni compì anche una straordinaria campagna di ricerche archeologiche subacquee, in collaborazione con il “Centro Sub Nettuno” di Como, nell’area lacustre circostante l’isola, che permisero di riportare a terra numerosi altri reperti. Ma nonostante l’impegno e i molteplici ritrovamenti, sono ancora molti, affermano gli studiosi, i tesori celati nel sottosuolo dell’isola. Tra questi, ciò che non è mai stato individuato con certezza fu proprio quel “castello” di cui rimaneva memoria nei modi di dire popolari e che sfuggì, come ancora oggi sfugge, alle ricerche storiche, assicurando all’Isola il fascino misterioso delle leggende.

Testo e foto di Elisa Denti

 

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1 Commenti per questo articolo

  1. Massimo Moltrasio scrive:

    I coniugi Mario Belloni e Mariuccia
    Zecchinelli hanno speso tutta la loro vita per valorizzare la nostra Storia.
    Erano vicini anche all’associazione “Amici di Cavargna”.
    Un grazie di cuore a loro per il prezioso lavoro svolto!

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